Un pasticciaccio brutto che squalifica la grande vittoria su Raffaele Fitto del 2005: non usa mezzi termini Paolo Ferrero, segretario nazionale di rifondazione Comunista per giudicare le ultime vicende giudiziali che coinvolgono suo malgrado Nichi Vendola, governatore della Regione Puglia e autore della grande scissione di Sinistra e Libertà proprio dalla compagine oggi guidata dall'ex ministro del lavoro.
Ferrero ha incontato i giornalisti nella sede regionale del gruppo consiliare di Rifondazione in via Capruzzi, accompagnato dal consigliere regionale Piero Manni e dai sostenitori della prima ora anche a Bari dell'ala ferreriana. “Sul rimpasto della giunta regionale – ha detto Ferrero – Nichi ha mischiato i due livelli, quello della questione morale e quello più squisitamente politico di apertura verso la destra producendo una situazione imbarazzante e gettando una luce inquietante sulla vicenda. Una vicenda ancora oggi poco chiara e poco trasparente. Non si capisce, ad esempio, se gli assessori fatti fuori sono coinvolti in inchieste giudiziarie oppure no. Sono dei ladri o no? E la consulenza, incomprensibile, data all’ex assessore Ostillio? Fa parte di questo pasticcio. È stato poi – ha continuato il segretario nazionale - un errore l’apertura a destra e al mondo dei moderati perché in questo modo Vendola ha voluto mediare con quei poteri forti che proprio quattro anni fa, con la sua vittoria, molti hanno pensato di poter combattere.
L’attacco di Rifondazione al cuore di Vendola è profondo. “C’è un rovesciamento totale di comportamento – ha detto Ferrero - dal massimo della trasparenza, in virtù della quale Nichi è stato eletto, al massimo oggi della impossibilità di capire cosa stia succedendo. Le modalità oggi sono esattamente opposte a quelle di quattro anni fa. La forza del governo pugliese stava invece proprio in quel grande processo di partecipazione – ha ribadito il segretario - che partiva dal basso e che, attraverso la trasparenza, si poneva come obiettivo principale la lotta contro i poteri forti. Bene oggi Nichi ha mediato proprio con quei poteri forti, da quelli politici (vedi l’apertura alla Poli Bortone) a quelli concreti che avvolgono il mondo della sanità. Nichi oggi sta facendo esattamente l’opposto di quello che si doveva fare, e cioè si doveva ripartire dal basso anziché farsi garantire dall’alto”. Chi è il principale sponsor oggi di Vendola, si è chiesto ancora Ferrero? ”Colui che era il suo peggior nemico quattro anni fa, e cioè Emiliano”. Sull’apertura ai moderati e sullo spostamento a destra dell’asse politico, ha rincarato la dose il capogruppo Manni che ha parlato del neo vicepresidente della Regione Puglia Loredana Capone quale “sintesi, nel Salento, della speculazione edilizia e della borghesia che vive di risorse pubbliche che a volte vengono gestite in modo non molto trasparente” e quale “rappresentante di interessi finanziari, della grande distribuzione e del commercio”.
Così come l’ingresso in giunta di Dario Stefàno “ha – per Manni - il sapore di una maggiore attenzione verso gli interessi della Confindustria, di cui il neo assessore è un esponente. Noi insomma abbiamo difficoltà a sentirci rappresentanti da questa giunta, pur riconoscendo il buon lavoro fatto in questi anni”. Per Manni poi “abbiamo ridato voce alla destra e a coloro che hanno dato dignità di sistema (vedi Palese e Fitto) all’intreccio malvagio di affari e politica, facendo scomparire così le loro responsabilità”. Obiettivo intanto di Rifondazione Comunista è di ripartire da settembre con la Primavera pugliese. "Vorremmo far ripartire un processo di partecipazione democratica dal basso soprattutto sui temi importanti, quali la sanità e l’ambiente - ha ricordato Ferrero-. Vorremmo insomma obbligare la giunta Vendola a realizzare le cose promesse e riavviare così quel processo di cambiamento interrotto”.
Al momento i consiglieri di Rifondazione Comunista Pietro Manni e Piero Mita si riserveranno di votare secondo coscienza i provvedimenti che saranno all'ordine del consiglio regionale. Ancora lontana invece la posizione di Rifondazione Comunista in merito alla scelta del candidato presidente alle prossime elezioni amministrative della primavera del 2010.
E' l'inchiesta sugli appalti pubblici della sanità pugliese. Ma anche dell'intreccio tra droga, escort, festini, mafia e politica.
Questa mattina i magistrati della procura di Bari hanno battuto un nuovo colpo. I bilanci dei partiti politici del centrosinistra della Puglia vengono acquisiti dai carabinieri nell’ambito dell’indagine del pm Desirè Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario. A quanto è dato sapere, le acquisizioni vengono fatte nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Libertà, Lista Emiliano.
Gli accertamenti disposti dal magistrato, che ha firmato decreti di esibizione di documentazione, riguardano l’ipotesi di illecito finanziamento pubblico ai partiti in riferimento al periodo compreso dal 2005 a oggi, comprese le ultime elezioni al Comune di Bari. Indagati Nell’inchiesta del pm Digeronimo è finora indagata una quindicina di persone tra cui l’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore.
Le ipotesi di reato sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa; per alcuni reati si ipotizza l’aggravante di aver favorito un’associazione mafiosa. Tedesco è recentemente subentrato al Senato dopo l’elezione del senatore De Castro al parlamento europeo. Tedesco si dimise il 6 febbraio scorso ancor prima di ricevere un avviso di garanzia e fu immediatamente sostituito nella giunta regionale da Tommaso Fiore. In particolare l’inchiesta, con una quindicina di indagati tra dirigenti regionali ed imprenditori, investe un presunto intreccio tra politica e affari nella gestione di servizi e prodotti per la sanità.
Perquisito il Policlinico Contemporaneamente alla nuova accelerazione nell’inchiesta sulla sanità pugliese da parte del pm Digeronimo i militari della Guardia di Finanza hanno eseguito perqusizioni e sequestri di atti nel Policlinico di Bari che riguarderebbero l’indagine coordinata dal sostituto procuratore Pino Scelsi - che segue anche l’indagine per favoreggiamento della prostituzione sulla base delle rivelazioni di Patrizia D’Addario - su presenti casi di corruzione nella forniture di protesi a strutture pubbliche.
"Via libera" definitivo per la società a capitale misto (pubblico-privato) per la gestione del volume delle entrate del Comune di Corato. Anche il Consiglio di Stato, infatti, dà ragione al Comune di Corato in merito all’istanza promossa dai consiglieri comunali del PD Maria Bovino, Tommaso Loiodice, Michele Arsale e Francesco Mazzilli contro la decisione del Tar Puglia che respingeva il ricorso proposto dagli stessi consiglieri d’opposizione contro l'approvazione dello statuto della cosiddetta società mista.
«Le conclusioni cui sono pervenuti i giudici del Tar non sembrano manifestamente illogiche o errate. Il provvedimento impugnato concerne solo l’approvazione dello statuto della costituenda società mista e, quindi, non sembrano neppure sussistere gli estremi di un danno grave ed irreparabile», hanno scritto i magistrati del Consiglio di Stato nella ordinanza 3552 dello scorso 15 Luglio.
La vicenda ebbe inizio con l'approvazione dello statuto della società nel Consiglio Comunale del 10 Settembre 2008, All'indomani, i quattro consiglieri del Partito Democratico stilarono un documento in cui si affermava che la società mista partiva «col piede sbagliato per l'assenza di un voto di indirizzo da parte della massima Assise Comunale, unica competente in materia, e della relazione tecnica che avrebbe dovuto legittimare la costituzione della società stessa».
Le osservazioni dei consiglieri piddini furono ben presto bollate come «superficiali» dall'assessore alle finanze Massimo Mazzilli, mettendo in evidenza come la società mista avesse «una stretta attinenza con il principio della continuità Amministrativa» Dopo vivaci botta e risposta, la questione finì sul tavolo dei giudici amministrativi del Tar Puglia proprio per mano dei consiglieri del PD, i quali contestavano, tra le altre cose, che non erano stati messi a conoscenza dei consiglieri comunali gli atti istruttori della delibera, ed in particolare due relazioni che illustravano, tecnicamente, giuridicamente e sotto il profilo gestionale, l’operazione che il Comune andava a compiere.
Il Tar, però, diede ragione al Comune di Corato, al pari del Consiglio di Stato che ha poi dato il definitivo via libera alla nascita della società.
Giovani, determinati, forgiati in quella che Giuseppe Tatarella chiamava «la scuola delle difficoltà», cioè la politica giovanile a destra. Sono i consiglieri di estrazione postfascista che il Pdl ha eletto alla Provincia con il presidente Francesco Schittulli.
Itinerari e percorsi differenti, ricchi di avversità, sempre controcorrente. Il presidente del consiglio è Piero Longo, già fondatore del centro culturale Ezra Pound, sindaco di Gioia del Colle, instancabile organizzatore culturale e giornalista. Ci sono gli assessori Stefano Diperna e Sergio Fanelli: cresciuti nel Fronte della Gioventù, espressione di una cultura che immagina la politica al servizio del popolo. Poi il sindaco di Monopoli, uno dei più amati in Puglia, Emilio Romani, dirigente dell'organizzazione giovanile del Msi. Infine ecco l'esperto Michele Roca, decano ex An nel Palazzo.
C'è un filo rosso che li lega: è l'aver costruito un percorso per gradini, rischiando, tessendo un consenso trasversale nei territori (altro che Lega), parlando un linguaggio opposto al politichese e soprattutto non rinnegando mai le proprie radici. In un ente che si vorrebbe sopprimere - eppure prezioso per la comunità - avranno la possibilità di dimostrare che La meglio gioventù non è solo un fortunato lungometraggio di Marco Tullio Giordana ma una classe dirigente in grado di cancellare lo stereotipo che vuole a destra solo cooptati e veline.
La sfida adesso diventa generazionale. In un palazzo che costru don Araldo di Crollalanza, potranno concretare l'antico motto delle «idee che diventano azione».
di Michele De Feudis (da Scritti marziani di epolis)
Ha ragione Marino quando parla di «enorme questione morale» nel Pd. Ma mica per la storia dello stupratore. La grana vera è che a guidare un partito triste si propone un comico che non fa più ridere.
Beppe Grillo, anni 61, scende in campo per ringiovanire la leadership dell’opposizione. L'annuncio è arrivato dalle pagine del suo democraticissimo blog, quello dove non regala mai uno straccio di risposta diretta ai suoi interlocutori. Quello stesso blog dal quale aveva spesso tuonato (magari usando caratteri neri e massicci perché si vedessero meglio sullo schermo) che non si sarebbe «mai e poi mai candidato al Parlamento».
Per lui Montecitorio è un luogo immondo, nel quale pullulano facce patibolari, come in un porto australe del Seicento. Del resto, da tempo Grillo auspica, attraverso una delle sue proposte di legge, che quei malfattori dei condannati in via definitiva in qualche processo non possano sedere a Montecitorio. Tra questi, per dire, c'è anche D'Alema, ma anche lui stesso, il Robespierre dei poveri, che ha purtroppo la fedina penale macchiata da un "omicidio colposo plurimo": la tristissima vicenda di un vecchio incidente stradale. Ma per tutto si può trovare una scappatoia dialettica: basta mescolare protervia e ingegno.
Saprà certamente, l'aspirante segretario, convincere i Democratici, che tra quelle "zoccole" (ipse dixit) da lui individuate a Palazzo Madama non vi sono senatrici Pd, anche se la querela che si beccò dopo l'intemerata in Commissione fu bipartisan.
Non che Grillo abbia sempre torto: come quando, ridendo luciferino da un fotoritocco alla Karl Marx sopra il suo proclama internettiano, che «dalla morte di Enrico Berlinguer nella sinistra c'è il Vuoto. Un Vuoto di idee, di proposte, di coraggio, di uomini. Una sinistra senza programmi, inciucista, radicata solo nello sfruttamento delle amministrazioni locali».
Vero, ma quando Topobeppe si augura di «diventare il successore di gente del calibro di Franceschini, Fassino e Veltroni», non capisci più se quella è ironia riuscita male o se si sia già persuaso della propria grandeur: in entrambi i casi, ci sarà da riflettere. Come farà l'Arruffapopoli a convincere gli elettori che alle primarie Pd del 25 ottobre sarà lui l'uomo da scegliere? Che, come sostiene, è «l'alternativa al nulla»? Se la giocherà con Dario il Traghettatore, con Ignazio lo Scienziato, con Pierluigi lo Statista: come farà ad accreditarsi anche con la stampa progressista, visto che Scalfari da tempo ripete che le sue proposte di legge sono «incostituzionali e autoritarie»?
E sopratutto, ce la farà ad essere credibile come ispiratore di un futuro più ecologico e pulito, lui che è inciampato sulla scarsissima efficacia della «biowashball», quella palla da infilare in lavatrice senza detersivo, che propaganda come un imbonitore da tv locale, e che tutti i test di laboratorio definiscono «niente più che acqua calda»? Se glielo fai notare, Topobeppe s'incazza, e ti sputa un vaffa personalizzato, anche senza adunate in piazza. S'adombra quando vengono pubblicati i suoi guadagni (più di 4 milioni di euro nel 2005), s'adonta quando gli ricordano della sua Ferrari («l'ho venduta», soffia) e della barca («venduta pure quella, belin!»). stranisce quando gli fanno notare che le presunte lettere di Benedetto XVI e Hu Jintao a lui destinate, e come tali pubblicate sul blog, non sono altro che rielaborazioni di discorsi pubblici. E s'inacidisce come gli yogurt che reclamizzava, quando gli vien sottolineato che la sua idiosincrasia per i rom non è esattamente un viatico per comandare a sinistra. Il nucleo del suo programma? «Un'informazione libera con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico, a partire da SiSi lvio Berlusconi». Quelle reti dove non ha mai lavorato, ma dove trova buona sponda nel Gabibbo di Ricci. Dalle sponde dei giovani Pd, giudicano «un boomerang» la candidatura di Topobeppe.
Qualcuno, fuori dal recinto, esulta: Di Pietro la definisce una «gran bella notizia», perché «così anche noi dell'Italia dei Valori potremo avere interlocutori ai quali non fa schifo dialogare». Bell'intesa a sinistra, con Robespierre e il Questurino. A meno che non sia tutta una boutade provocatoria, come ipotizza Fassino a tarda sera: «Grillo non è un aderente al Pd, non può correre. E non penso accetteremmo la sua iscrizione». Tiè.
Fino a qualche tempo fa - non ve lo nascondo - provavo molta stima e rispetto per il politico e l'uomo Nichi Vendola. Per me rappresentava, a prescindere dello schieramento politico, un esempio positivo di politica per il rilancio del nostro Sud.
Purtroppo in questi ultimi giorni mi sono dovuto amaramente ricredere...
Non ci sono parole per descrivere l'atteggiamento del presidente della Regione Puglia di fronte all'affaire tangentopoli pugliese. Prendendo ad esempio il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino (anche lei a capo di una banda di assessori indagati per tangenti), ha destituito la giunta e con grande nonchalancè si accinge a ri-distribuire le nuove poltrone assessorili alla luce di quelli che sono gli ultimi rapporti politici con l'UDC e l'Italia dei Valori.
Fregandosene della questione morale, l'azione del nostro governatore è finalizzata a stringere allenze con quei partiti che lo sosterranno alle prossime regionali del 2010 e regalando prebende e posti di potere verso chi gli ha promesso fedeltà e voti. Ma vi rendete conto che schifo sta combinando Vendola?
Da mago della comunicazione e forte delle amicizie con la stampa locale e nazionale, il presidente della Regione ha messo in atto una manovra mediatica per far credere alla gente di aver azzerato la Giunta per dare un esempio di moralità. Continua a voler apparire estraneo ad un sistema politico e gestionale che egli stesso ha governato dal 2005. Continua ad autoassolversi e ad auto assegnarsi patenti di moralità e a fare riferimenti al passato. E’ inaccettabile che faccia e dica tutto questo solo alla stampa e rifiuti di riferire in Consiglio regionale quando peraltro anche il PD glielo chiede.
Vogliamo sapere in base a che cosa e a quali informazioni Vendola ha deciso di fatto di condannare tutti i suoi assessori pur in assenza di conferma che qualcuno sia o meno indagato. Ma se Vendola li ritiene tutti colpevoli lui non può certo dirsi estraneo all’operato dei suoi direttori generali e dei suoi assessori.
Caro Presidente, aspettiamo le Sue immediate dimissioni...altrimenti sarà equiparato al solito politico che predica bene e razzola non male, ma malissimo....
Presso il nostro Comune, in esecuzione del Piano Sociale di Zona, è possibile presentare domanda per accedere ai servizi di Assistenza Domiciliare per le Persone Anziane (A.D.A.) - Assistenza Domiciliare Integrata (A.D.I.) - Assistenza Domiciliare per la persone diversamente abili.
Destinatari:
- servizi di A.D.A. e A.D.I. : persone anziane, di età superiore a 60 anni che vivono in situazioni di totale o parziale non autosufficienza fisica o psichica o di età inferiore a 60 anni con patologia invalidante riconosciuta al 100%.
- servizio di Assistenza Domiciliare per persone diversamente abili: persone, in situazione di gravità di tipo fisico o psichico e/o sensoriale accertata ai sensi della L. 104/1992 o con una invalidità accertata al 100%;
Per poter accedere ai predetti servizi occorre presentare istanza, su apposita modulistica debitamente compilata e completa della documentazione richiesta, presso l’Ufficio Protocollo del Comune di Corato, entro e non oltre il 30 luglio 2009. I moduli di domanda sono disponibili presso gli sportelli della Porta Unica di Accesso sita: nel Comune di Corato presso la Struttura Territoriale al Viale Ettore Fieramosca n. 30; oppure scaricabili dai siti: www.comune.corato.ba.it
Ai sensi di quanto disposto dai Disciplinari per l’accesso ai servizi di che trattasi, sarà formulata una graduatoria, annuale, aperta degli eventi diritto. Tale graduatoria sarà soggetta a scorrimento e a revisione annuale, entro il mese di giugno di ogni anno.
L’accesso al servizio di Assistenza Domiciliare Integrata (A.D.I.) avverrà, invece, mediante graduatoria redatta dell’Unità di Valutazione Multidimensionale Gli utenti che saranno ammessi ad usufruire dei suddetti servizi comparteciperanno al costo delle prestazioni nella misura prevista dal Regolamento per l’Accesso al Sistema Integrato Locale dei Servizi e degli Interventi Sociali.
Protesi ortopediche, belle donne, auto di lusso, champagne, piste (non per sciatori), garconierre, megaville fra Giovinazzo e la Costa Smeralda. Il Barigate è un intreccio di variegate inchieste giudiziarie come una tela colorata, dove il gossip va a braccetto con la turbativa d'asta e la sobrietà istituzionale si trasforma in un canovaccio da B-movie. Tutto scaturito dal malcostume e dall'humus di illegalità - non solo boccaccesca - che avvolge il mondo legato alle imprese e all'ente Regione governato da Niki Vendola.
I politici pugliesi ogni mattina leggono con apprensione le cronache dei quotidiani che, attraverso la spazzatura delle intercettazioni, mettono in piazza connivenze e rapporti tra manager della sanità, imprenditori avventurieri e componenti della giunta regionale guidata dal centrosinistra.
Il quadro generale è quello di una telenovelas dove un ruolo da protagonista è recitato dalla «sinistra sanitaria». Il governatore, che questa settimana sarà ascoltato dal pubblico ministero Giuseppe Scelsi come persona informata sui fatti nell'ambito di una inchiesta su appalti ospedalieri ha scelto un approccio berlingueriano, la questione morale prima di tutto. La linea è questa: fuori dall'esecutivo gli assessori coinvolti nelle indagini, defenestrati in tronco i manager indagati. Sullo sfondo c'è la figura proteiforme di Giampaolo Tarantini, giovane imprenditore (co-titolare con il fratello Claudio della Tecno Hospital), che in un paio d'anni aveva salito tutti i gradini del jet-set, passando dalle serate «glamour» di provincia nella discoteca Gorgeus di Bari, al Billionaire di Briatore ed ai party esclusivi con donne disponibili e droga nella villa di Capriccioli. Eppure l'adolescenza di Giampy è stata quella di un comune ragazzo delle Bari-bene, iscritto dai genitori al liceo classico femminile «Margherita», un istituto religioso dove nelle sezioni i maschietti erano mosche bianche. Anche sua moglie, la bellissima Nicla De Venuto, ha studiato in una scuola privata: era la miss del di Cagno Abbrescia, il ginnasio della Compagnia del Gesù. Nelle storie di queste settimane, però, non c'è alcun timor dei.
In una Regione Puglia che per protesi ortopediche spende ogni anno quattordici milioni di euro, alcune intercettazioni ambientali riscontrerebbero che Tarantini avesse messo a disposizione di politici, amministratori e imprenditori di centrosinistra - al fine di ingraziarseli - un appartamento di sua proprietà nella centralissima via Roberto da Bari nel quale si potevano intrattenere con escort appositamente convocate per l'occasione.
A novembre il barese aveva deciso di diversificare la sua attività principale (legata alle forniture di protesi o servizi ospedalieri), fondando una società che aveva come ragione sociald l'obbiettivo di creare una rete di lobbing: tra i suoi primi clienti c'era (con un investimento di oltre centocinquantamila euro) il gruppo Intini, azienda di Noci (Bari) con il cuore a sinistra e vicina a Massimo D'Alema.
I filoni delle indagini giudiziarie baresi, coordinati dal procuratore aggiunto Marco Dinapoli, sono ormai diventati cinque. Nel febbraio scorso la «scossetta» giudiziaria ha cambiato gli equilibri della giunta regionale. La notizia di una presunta iscrizione nel registro degli indagati per l'allora assessore alla sanità Alberto Tedesco fu seguita dalle pronte (e provocate) dimissioni dell'esponente del Pd (area socialista), e dalla nomina di un fedelissimo vendoliano al suo posto, il docente universitario Tommaso Fiore, un legalista con nomea da talebano.
Tedesco, primo dei non eletti al Senato nelle politiche del 2008, ormai senza incarichi, nelle settimane successive aveva scalpitato e creato agitazione nelle fila del centrosinistra, arrivando ad ipotizzare una sua candidatura a sindaco di Bari contro il primo cittadino uscente Michele Emiliano (segretario regionale del Pd). Un intervento risolutivo di Massimo D'Alema ha scongiurato questa ipotesi, trovando una soluzione da fine tessitore diplomatico: l'ex ministro e senatore Paolo De Castro diveniva capolista alle europee e con la sua elezione a Strasburgo favoriva l'ingresso a Palazzo Madama di Tedesco, grato dell'annessa immunità parlamentare.
Come un fiume carsico, oltre il clamore delle feste a Palazzo Grazioli a cui Tarantini si presentava con Patrizia D'Addario e altre «amiche», emergono le amicizie «bipartisan» di Giampy: qualche cena galeotta con l'imprenditore barese potrebbe, infatti, costare cara al vicepresidente della giunta regionale Sandro Frisullo, esponente dalemhano, a cui presto sarà chiesto di sottoscrivere una lettera di disimpegno.
Sarà defenestrata nelle prossime ore, invece, Lea Cosentino, direttrice dell'Asl del capoluogo: è accusata di turbativa d'asta nel procedimento sulla malasanità seguito dal pm Scelsi.
Chi è la Cosentino? Un manager di potere, con simpatie a sinistra. Era in prima fila al congresso di Rifondazione comunista a Chianciano, dove faceva il tifo per Nichi Vendola, accompagnata dal deputato Pd Gero Grassi. In estate era stata anche in Sardegna e aveva impreziosito le sue vacanze con la partecipazione alle ormai rinomate feste di Giampy. Voleva essere in prima fila lunedì scorso a Bari per festeggiare la rielezione di Michele Emiliano, ma è arrivata nel comitato elettorale dei democratici troppo tardi. Il sindaco era già in marcia verso il Palazzo di città.
L'egualitarismo e il livellamento che c'e' stato fino ad oggi e' figlio di una cultura malata del '68, una cultura che ha portato a non creare i luoghi di selezione iei nostri cervelli e non è stata in grado di costruire una rete in grado di accogliere, far crescere e progredire le eccellenze italiane.
Non ci deve sembrar strano se oggi, scienziati come la dott.ssa Clementi sono costrette a lasciare l'Italia percontinuare a fare ricerca, mentre i fautori della rivoluzione dell'antimeritocrazia siedono comodamente, insieme ai loro figli e amanti, a capo di dipartimenti, cattedre e facoltà universitarie.
Uno schifoso universo baronale di senza merito, asini e raccomandati che occupa ingiustamente l'Università italiana e che è la causa del declino scientifico della nostra Nazione.
E per colpa di queste nullità, siamo costretti a leggere anche oggi sui giornali una l'ennesima lettera indirizzata al Capo dello Stato di un'importante scienziata italiana che ha deciso di lasciare l'Italia.
"Scappo. Qui la ricerca è malata"
Così inizia la lettera della precaria che scoprì i geni del linfoma Una laurea in Medicina, due specializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia. Rita Clementi , 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno.Da mercoledì 1ªluglio lavorerà come ricercatrice in un importante centro medico di Boston.
Caro presidente Napolitano,
chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito alla loro madre. Vado via conrabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana. Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denunciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è automaticamente espulso dal «sistema » indipendentemente dai risultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottiene, poiché in Italia la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricerca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può permettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nulla. E poi, perché dovrebbe adire le vie legali se docenti dichiarati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver condotto concorsi universitarh violando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continuato a essere eletti (dai loro colleghi!) commissari in nuovi concorsi? Io, laureat` nel 1990 in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Università, nel 2004 hoavuto l’onore di pubblicare con primo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfoma maligno possono avere un’origine genetica e che è dunque possibile ereditare dai genitori la predisposizione a sviluppare questa forma tumorale. Tale scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decadere non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ricerca stranieri hanno confermato la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profeta in Patria. Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domenhche... Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pensionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, contratti di consulenza... Come ultimo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica medica dell’Università di Pavia, finanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia. Sia chiaro: nessuno mi imponeva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dalla forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrolpere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ricerca che molti hanno giudicato promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfiggere il cancro. Desidero evidenziare proprio questo: il sistema antimeritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiutare a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i finanziamenti per la ricerca. È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbecome unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato e che così facendo distruggono la ricerca.
La Procura di Bari stringe i tempi nelle inchieste su presunte tangenti nella sanità della Puglia.
Sarebbero quattro i fascicoli paralleli affidati ad altrettanti pm che il procuratore aggiunto Marco Dinapoli si appresta a coordinare. In ognuno apparirebbe il nome di Gianpaolo Tarantini, l’imprenditore delle protesi che avrebbe pagato prostitute di lusso per consolidare il proprio giro di affari e perché partecipassero a feste “vip".
Ma il suo non è l’unico nome. C’è quello di Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità (Pd) dimessosi in febbraio*che ora si appresta a subentrare al Senato al dalemiano Paolo De Castro, neoeletto eurodeputato.
C’è quello di Lea Cosentino, manager della Asl di Bari (una delle più grandi d’Italia) nominata da Tedesco.
E c’è anche quello di Enrico Intini, amministratore delegato dell’omonimo gruppo e amico di Massimo D'Alema.
Il 6 luglio in Procura è stato convocato, come persona informata sui fatti, il governatore Nichi Vendola.
Al centro delle inchieste c’è la gestione di appalti e forniture della Regione, sulla quale Vendola ha avviato accertamenti interni i cui risultati sono stati consegnati ai magistrati. Il sospetto, come dice il senatore Sergio De Gregorio che chiede un’indagine parlamentare, è che «in alcune brutte vicende di appalti truccati si evidenzierebbero pesanti responsabilità dell’establishment del Pd» e che «l’attenzione giudiziaria sul presidente del Consiglio stia fungendo da “ammortizzatore” per evitare che i media si concentrino sul vero fulcro dell’attività d’indagine relativa agli scandali della sanità convenzionata».
L’inchiesta sulle escort di Tarantini nasce infatti dalle intercettazioni dell'imprenditore indagato dal pm Giuseppe Scelsi per la fornitura di protesi della sua Tecnohospital alle strutture sanitarie regionali. L’altro giorno sono stati perquisiti la casa della Cosentino (grande amica di Tarantini) e gli uffici di Intini a Noci (Bari): si sospetta che i tre stessero costruendo un appalto “su misura” per Giampi e Intini.
Un secondo f`scicolo è in mano al sostituto procuratore Desirée Digeronimo: qui gli indagati sono una quindicina tra cui Tedesco (anch’egli, come Tarantini, possiede aziende di apparecchiature medicali), imprenditori, primari, dirigenti e funzionari di aziende sanitarie pubbliche. È il pm Digeronimo ad aver convocato Vendola e ad aver indotto Tedesco a lasciare l’assessorato. Da indiscrezioni raccolte a palazzo di giustizia questa indagine potrebbe a breve allargarsi e coinvolgere altri nomi della politica e dell’imprenditoria.
Il terzo fascicolo riguarda accreditamenti di strutture sanitarie private presso la Regione Puglia; l’inchiesta è condotta dai sostituti Roberto Rossi e Lorenzo Nicastro, del pool contro i reati amministrativi (mentre Digeronimo e Scelsi sono della Direzione distrettuale antimafia). L’ultima inchiesta fu aperta dal pm Rossi nel 2003 a carico della Tecnohospital e dovrebbe essere chiusa a giorni. Le accuse, a vario titolo, sono di corruzione, turbativa d’asta, truffa e associazione per delinquere. Su Tarantini pende poi l’ulteriore ipotesi di reato per induzione alla prostituzione e detenzione di cocaina a fini di spaccio. La droga circolava soprattutto nella villa di Porto Rotondo che l’imprenditore aveva affittato l’estate scorsa. La Guardia di finanza ha consegnato una corposa informativa al pm Scelsi. Il nome nuovo di queste ore è quello di Intini, 46 anni, cui fa capo un grande gruppo (44 società e 3.400 dipendenti) che fattura 180 milioni di euro, attivo anche in Basilicata e Calpania nelle costruzioni pubbliche e stradali, nella gestione del territorio, nelle forniture sanitarie e nel trattamento dei rifiuti. Ex consigliere comunale socialista, è molto vicino a D’Alema «che però credo non sappia bene quello che faccio», disse una volta Intini.